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anellomancante
Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto.


Diario


13 febbraio 2010

inconsciofobia

-"ma io non volevo dire questo"-
...
-"lascia perdere, continuiamo a dormire"-




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27 dicembre 2009

Dietro gli angoli

Parla piano e poi
non dire quel che hai detto gia’
le bugie non invecchiano
sulle tue labbra aiutano
tanto poi
è un’altra solitudine specchiata
scordiamoci di attendere
il volto per rimpiangere
Parla ancora e poi
dimmi quel che non mi dirai
versami il veleno di
quel che hai fatto prima…
su di noi
il tempo ha gia’ giocato ha gia’ scherzato
ora non rimane che
provar la verita’
Che ti da’ che ti da’
nascondere negli angoli
dire non dire
il gusto di tradire una stagione
sopra il volto tuo
pago il pegno di
volere ancora avere
ammalarmi di te
raccontandoti di me
Quando ami qualcuno
meglio amarlo davvero e del tutto
o non prenderlo affatto
dove hai tenuto nascosto
finora chi sei
cercare mostrare provare una parte di sé
un paradiso di bugie
La verita’ non si sa non si sa..
come riconoscerla
cercarla nascosta
nelle tasche i cassetti il telefono
che ti da’ che mi da’
cercare dietro gli angoli
celare i pensieri
morire da soli
in un’alchimia di desideri
sopra il volto tuo
pago il pegno di
rinunciare a me
non sapendo dividere
dividermi con te
Che ti da’ che mi da’
affidarsi a te non fidandomi di me..
Sopra il volto tuo
pago il pegno di
rinunciare a noi
dividerti soltanto
nel volto del ricordo

-Vinicio Capossela-




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3 dicembre 2009

I'm sorry I'm for all of the illusions

Esistono diverse ubriacature nella vita.
C’è quella del bicchiere che scivola nelle mie vene, quella dello sguardo che ricerco con insistenza, c’è quella delle parole di uno scrittore, che racchiudono un mistero un po’ anche mio.
E poi c’è l’onda percettiva di una canzone.
Penso a volte, il più intenso volta-spalle di tenuta sulle emozioni che io possegga.

Se potessi ambientare la vita in un’automobile, oltre alla perdita del controllo onirico che è ripetizione mia, aggiungerei un ritmo dei dialoghi scandito dal freno a mano. Con conseguente movimento dei corpi in avanti, per inerzia e non per scelta immediata.
Però è anche vero che il caso si incastra come puzzle di Escher, ai pezzi disegnati a china dal mio desiderio; c’è sempre l’uomo perfetto dietro l’angolo, quello che propone note stonate, ma c’è anche e sempre quel tipo che di mestiere fa da contraccolpo alla dissacrante disillusione che mi perseguita. Ha per strumenti le parole, gesti delle mani disordinati, il ripetere un concetto senza spostarsi di una virgola, come se fosse questione acustica su vinile che si incanta.
Ed ha in tasca la mia coincidenza.
Ora entrambi non esistono, ma ho a che fare con le loro ombre consistenti nel reale.
Ora di te ricordo il dolciastro ritardo, di occhi miei che stavano sempre altrove.
Ricordo il risveglio notturno, deserto di parole, colmo di un bacio.
E mi chiedo perché galleggi ancora in questi giorni.
Quando so che è derivazione tua che non ti appartiene, quella che mi riguarda.
E che sola ha senso che resti.




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17 novembre 2009

Photographs & memories

In questi giorni ho avuto modo di entrare ripetutamente in ospadale.
In ogni caso parcheggiare è stato labirintico. Trovare il reparto sempre successivo ad erronee deviazioni. Prendere un ascensone un mio tentennamento interrogativo sull'archeologia architettonica, che non stava ospitando un abbandono industriale ma la sanità pubblica, il corridoio incollato da sguardi perdutamente in attesa, di un' intra moenia a pagamento.
Arrivato il momento anamnestico le porte del reparto si sono aperte ad una sorta di via crucis di minori attese, più brevi corridoi, qualche dialogo alla follia che devo ancora ripensare.
Sta di fatto che non ho incontrato medici, neanche per sbaglio.
Infermieri si, tantissimi tirocinanti, infinitamente tanti.
La cartella con tutte le informazioni si è trasformata in un'intervista al sapore di gentilezza imbarazzata e imbarazzante, tentennante di fronte ad un paziente che non attende di chiedere, e che ha anche qualche risposta alla sua lunga storia.
La tirocinante scrive, sta attenta alla calligrafia, tiene gli spazi, copia la sua voce dalle scritte in neretto sul foglio, non ne sbaglia una. Intanto sorride.
In sala operatoria quel sorriso è dimenticanza e il paziente scrupoloso, sull'orlo del sonno anestetico stenta ad affidarsi completamente...la cartella anamnestica, carta straccia dimenticata. L'errore è dietro l'angolo, e il paziente si sostituisce al tecnico.
Il lieto fine mi stordisce comunque i sensi. A questo, penso, non c'è anestetico che tenga.

Il palazzo crolla, le nuove risorse all'interno schiacciate da un orribile sistema diffuso, in cui il sottocosto aumenta, e c'è la fila per l'intra moenia a pagamento. Dai professori.




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5 agosto 2009

southern state

Mentre continuano a dirmi di avere paura di uno sconosciuto, continuo a sognarmi strane presenze al di là della porta di casa mia.
E in realtà mi accorgo che se mettono limiti al mio sentire, trovo spazio aggiunto, e gli interrogativi aumentano.
Vorrebbero anche che uscissimo di casa, ad organizzarci in ronde notturne, coltivando una diffidenza nel nostro tempo libero, impegnando la nostra mente fertile per altro, in una stupida ristrettezza economica, che risparmia sulla curiosità e punta alla categoria, alla tua faccia tra mille che perde i suoi paricolari, che punta alla vita senza dettagli.
Io amo i particolari, le sfumature, il tuo neo nascosto, i tuoi inciampi di parola, un accento da accentuare a gran voce, ubriacarmi la notte delle chiacchere di qualcuno che ha da condivide con me l'ultimo istante, sperare nel caso, amare la pioggia quando Roma è lasciata sola, preferita ad un litorale abusivo, vicino affollato e scontato.
Ho il mio biglietto in tasca, la spinta a lasciar andare questo mio freno a mano tirato, il dolce intercalare di uno sguardo incrociato in una sera di delusione passata.
Gli incontri sono dentro e contro.
Nel fluire delle giornate sono incastri fortuiti esattamente quando non dovevano essere, contro le rese, le marce indietro, la chiusura per ferie dell'anima.
Ma le sabbie mobili di questa estate si insinuano continuamente nel pavimento a scacchi che mi accoglie. E comunque, senza saperlo, mi tiene imbrigliata a se, quella domanda.
Che Conor continua a pormi, con la sua voce tremula, e per questo assolutamente splendida.
Is this really what you want?




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13 luglio 2009

Non per ricordo

Era un amore ancora intero quando lo strappammo. Lo squarto in tempi solamente adesso, lo seziono in un principio, un corpo, un'estinzione. Allora eravamo incastro a coda di rondine, da non poter distinguere nell'angolo retto dei corpi il suo dal mio. Ora è amore, una terra bruciata vista da lontano, prima era bosco fitto, umido, senza cielo.
Mi aveva voluto. Mi aveva staccato dal mucchio di teste in un sera d'osteria, mi aveva estratto com'ero, ingiallito, pagina di foglia fitta di vene e rughe, fibroso come un legno di rose, spessito come un sonno senza sogni. Era venuta a casa, aveva cucinato e poi era stata a sentire una musica che sapevo fare. Venne vicino ad ascoltare, con l'orecchio sotto la mia bocca, finchè mise la sua sopra il canto e lo spense come fanno due dita umide e svelte sopra una candela. Per un momento ci separò il legno della chitarra, poi nient'altro.

(In alto a sinistra-Erri de Luca)




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19 giugno 2009

Your glare is killing me

Per fortuna c'è ancora la possibilità di sperare.
Me ne sono accorta oggi, in un dibattito politico si riesce finalmente  a parlare in prima persona, e la voce non sembra un registratore messo di nuovo sul play conosciuto.
Ho voglia di sorridere, la vita non è poi così male, anche se è difficile costruire un nuovo vocabolario e il più delle volte si ripetono concetti vuoti di senso, perchè l'animo umano ha bisogno anche di questo.
Di sapere come vada a finire, restituendo un indirizzo sicuro anche ad una semplice frase.

Ma il pensiero deve contenere uno spiraglio, di contraddizione, di non senso, di interrogazione. Altrimenti l'emozione crolla e i sogni finiscono per accompagnarmi solo di giorno.

Eppure mai come in questo periodo il mio inconscio lavora di notte, e svela qualcosa che difficilmente saprei elaborare così bene.

Il viaggio c'entra anche stavolta, ma lascio la valigia a casa, perchè ho solo domande, che non pesano niente.

Per una notte intera ho dimenticato il mio italiano e rovistato tra ricordi lontani, scoprendo che la memoria non è ferma affatto e non è luogo impolverato dall'assenza di passaggio.
E' aria, scompiglia tutto.
Fa disordine e lascia tracce improvvise.
Segni che parlano di cambiamento, mio prima di tutto.
E di un punto di non ritorno, nuovo capitolo della mia velocità di lettura.
Come con i libri migliori, cercherò più volte queste pagine, per leggere ancora.
Forse mi sarà impossibile, perchè c'è indice solo di titolo, e le righe si confondono.




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10 maggio 2009

Spinta all'indietro

La sensazione è quella di fine primo tempo.
Di un film che hai reputato scadente e piuttosto banale, ma che hai lasciato scorrere distrattamente nel tuo spazio quotidiano mentre ti intrattenevi le ore con altro.
Poi arriva questa pausa e l'attesa di un tempo secondo che proprio non vuoi vedere.
Il tutto sembra un incubo.
Sembra, perchè non si tratta di visione spontanea, nè di opzione di scelta sul tuo incoscio notturno.
Semmai ti accorgi che la costrizione non ha la sola forma di una dichiarazione esplicita a cui attenersi, nè la possibilità di reagire sovvertendo un ordine imposto.
Si tratta di altro, perchè la nausea di questo film è non tanto nell'impotenza a dire che non ci sto a tutto questo.
La nausea è dettata dall'impotenza di disfattismo generale che circonda, veste strappata solo dalle poche relazioni significative che mi riesce di tessere.
Ora ho l'impressione netta e distinta che neanche l'esagerazione più volte ripetuta del nostro presidente del consiglio possa portarci ad una sommossa, di idee, di opinioni, di posizioni.
Ora penso che la cecità ha di comodo qualcosa che è dell'oridine dei supporti di risoluzione che immediatamente nascono con la velocità della luce.
Handicap raggiunto, ma senza la possibilità di sentirsi addosso la mancanza, un disagio intimo, e quel tempo prezioso che ti da la perdita. Di riorganizzarti la vita col nuovo che irrompe.
Perdita, nascosta alleata della reazione più limpida.
Invece propongono un sostituto continuo, e le questioni si assottigliano, sulla base dell'aggiunta di qualcosa che è sempre più urgente, più vicino ad un pericolo imminente.
Su cui il fare immediato diviene ragione di vita, salvezza per tutti.
Oggi è il clandestino, che non è mai uno, mai persona, mai uomo.
Clandestino che è sempre massa, vorace e perturbante agglomerato di numeri assurdi, panico di inghiottimento, allarme di non avere più spazio proprio, più suolo da tenersi occupato col piede più inutile al procedere che abbia mai visto.
Oggi è il barcone di disperati in mare, rigettati dove la vista non può arrivare, cacciati dal nostro, dove non importa, via comunque.
Respinta giù nello stomaco la mia lacrima solitaria, perchè non so dove farla cadere.
Come se non ci fosse terra che tiene, ma solo mare che inonda ogni senso da dare a questo.
Che di incomprensibile non ha nulla, perchè parla della riduzione a zero dell'uomo e della vergogna a cui può arrivare. 
Primitiva neanche come reazione, manco bestiale riesco a chiamarla.
C'è chi si indigna perchè almeno qualcuno di quella massa senza forma, doveva essere salvato.
Ma l'assurdo è a monte, nelle terre tenute lontane dalla condivisione di un problema.
Terre che tacitamente appoggiano l'intento l'una dell'altra, rimandando al mittente inesistente una lettera che rimane senza destinatario.
Ma io vorrei leggere, senza fare riduzioni, senza rispondere con la salvezza donata o la buona morale che è comunque messaggio da estranei.
Perchè non la intendo proprio questa follia, che ci vuole costringere a chiamare quella distanza di braccia una distanza di offesa. 




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4 maggio 2009

Fotogrammi a caso

Tempo trascorso da scrivere, sulla pietra con l'acqua,
o dentro la sabbia vicino al mare.
Da raccontare a gesti, senza suoni.
Con il movimento delle labbra, che ci vuole tutta l'attenzione sui miei sorrisi per intenderlo appena.
Tempo veloce, che ha battuto ore piene ed intense, senza alcuno sguardo alle lancette che ruotavano sulle tue mura.
Tempo davanti ad uno fuoco di maggio, con la perfezione dei miei giri di mente, senza fastidio o valigia pesante da sostenere per galanteria.
Piacere condiviso, come starsene da sola con le tue pagine in mano e sotto i miei occhi.
Nessun caso accusativo, che non piace neanche a me. Così violento nel dire, così servo del verbo e limitato per altro.
Tempo di ablativi liberi e vari, con le loro affinità sparse ed una dispersione orrizontale senza gerarchie.
E' stato come possedere con assenza di avere.
Un dativo e il verbo essere che ci ha seguito fino al saluto.
Viaggiando verso casa, dalla campagna alla periferia, il vento è stato così gentile da lasciare qualche residuo, dentro lo spazio ormai concentrato della mia auto.
Fuoco di maggio, affinità elettive, senza altro da aggiungere.
Riconoscenza senza un grazie, di trovarmi al posto giusto.
Senza avanzi miei altrove. Che ricordo così bene.
Senza desiderio prospettico.
Quando non sei torre di babele con qualcun altro, non c'è differenza che tenga lontano, lo spazio contiguo è limite nostro, da condividere.




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29 aprile 2009

Febbre ai margini

Il mondo sembra da buttare, da guardare stropicciato nel cestino della scivania come carta da indirizzare, piena di errori e cancellature.
Eppure quando leggo lungo le mie strade una perfetta dichiarazione politica, quando incontro quello che chiamerei triste ripetizione di intenti mascherati in opposizione, penso che riprenderei di corsa quelle lettere stracciate e le rileggerei tutte d'un fiato.

Mi chiedo quale sia la magia, dove si sia nascosta.
La poesia oggi è palesemente silenziosa.
Eppure molti discorsi che ascolto contengono una seconda voce, un secondo tono espressivo.
A volte siamo sordi e non c'è apparecchio acustico che tenga, impegnati ad urlarci addosso una lamentela senza fine.
Un nome contro l'altro mi sembra un tacito accordo,
povertà di pensiero e veloce economia della mente.

Stanotte esco e strappo tutte le pubblicità politiche che incontro per strada, faccio un fuoco ardente e mi riscaldo. La cenere che ne ricavo la spargo sui pavimenti lucidati del parlamento col rischio che neanche un'orma di passaggio lasci il segno.

Perchè per lasciare un'impronta tocca abbandonare il proprio peso da qualche parte, ed essere incisivi, come nell'animo di un uomo.
Significa accorgersi chè c'è polvere e vecchie cose in giro. E che tocca farci i conti.

Quale che sia la mano che mi accende o mi spegne,
faccio finta di portarmi un'interruttore a presso, rispondendo vagamente a bisogni e desideri.
Ma continuo a vedere le stelle, qui in periferia.
Lato dolce del mio margine di città.




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13 aprile 2009

Osservazioni in cantiere

Passato il vicolo cieco quello che si prospetta è una corsia a percorrenza lenta, molte curve e quei lavori al manto stradale, in cui, nei miei incubi migliori, sono andata dritta a finire dentro, senza alcuna resistenza.
Le lunghe ore da attraversare hanno poi il suono dei disastri recenti, e del teatro di cattivo gusto per cui non bisogna pagare biglietto.
E' cosa da professionisti, è palcoscenico organizzato al meglio.
Penso che se tutto questo lo avessi vissuto trent'anni fa, la televisione non avrebbe avuto tanta parte, e le ore del silenzio sarebbero state le migliori, le più assordanti e coerenti con un'umanità percepibile.
Invece la curiosità, che ho sempre guardato con ammirazione, stavolta ha qualcosa in comune con la nausea che mi porto dietro, e l'esserci a tutti i costi prende il posto del non poter capire e del rimandare una definizione immediata di quanto è stato.
Che poi c'è un conto che non torna, ed è la scelta ponderata al dolore, quello di altri, e una dimenticanza insistita per quella relazione indissolubile tra responsabilità e scherzo del destino.
La parola ricostruzione si accompagna con la statistica sugli ascolti,
la parola assurdità con la mia voglia di altro.
Altro che per fortuna esiste, è raro e pungente.
Cerca di confondersi con una ferita aperta, per fare uno con quello che sento.
Ma la differenza non ama farsi chiamare tentativo. E non ricostruisce mai altrove, dal nulla.




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14 marzo 2009

Ask the dust

Alcune cose tornano con una lentezza che spaventa.
Non i giorni, non gli incontri, nè lo spazio.
Torna un pensiero sotterrato.
Ma la polvere non soffoca, riposa tanto quanto dorme chi la accoglie.
Questi risvegli momentanei implicano te, i tuoi occhi che non conosco, i miei che si distolgono subito su altro.
Ma anche stavolta ho giocato con i castelli di carta, il cui senso è nella precisione dei gesti e nell'attesa di un crollo.
Voglio disordine, un pò di rumore, e la possibilità di ripetere l'istante dentro un ricordo.




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4 marzo 2009

Suonare il campanello

Ti dirò.
Rispondo col tempo futuro alla porta che ho posto di fronte ad un incontro.
I consigli non mi sono mai piaciuti, avevano sapore di sapienza da trasmettere.
E di spiegazione. Che si allontana velocemente, perdendo di vista il battito, il pianto, quell'indecisione tutta mia, il dubbio-silenzio, e la franchezza ostentata.
Invece oggi seguo il tuo, torno a quel momento in cui il nostro gioco era di indovinare i complessi pensieri attraverso un semplice titolo, che non definiva alcunchè.
Mi è piaciuto starmene a quella tavola di legno, sorseggiare un vino sapiente che scivolava come avrei voluto io, lungo le vene. Diramazioni vorticose di me e te simili fino all'osso.
Ho deciso di tenermi il tiro in serbo, senza fare sprechi.
Perchè l'errore gettato via è una volta di meno che potrò osare il lancio.
Perchè anche io desidero distrazioni, le mie trazioni disperse.

Consiglio

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell'evitare.
Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l'errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.
(Erri De Luca-sulle mie pareti viola)




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20 febbraio 2009

rimanenza

Non è assenza di persone, nè una stanza vuota e spenta.
Non riguarda le passioni e i sogni, anche di notte continuo a tessere un romanzo sotteraneo.
E' la presenza di una forma senza sostanza, di un affetto orizzontale, di uno scambio interrotto.
Prendo le cose come stanno, rigiro continuamente il lato di questo momento, e rileggo senza sosta le stesse parole. Gli ultimatum riguardano due, io mi ritrovo unica protagonosta.
Come sola è anche la domanda che pongo, che non riesce a trovare disposizione di udito.
Cosa devo cambiare, mi chiedo.
Posso tornare indietro, perchè quella che già sono stata la ripercorro con la facilità del conosciuto.
Non si tratta di andare avanti, perchè comunque ciò che è sospeso chiede incessanetemente l'attenzione che merita.
Sto, rimane questo. Ed è un lento, intermittente, senso di trovarmi nel luogo sbagliato.
L'unico possibile oggi.




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13 febbraio 2009

DisLike me

Alcuni sfuggono al sonno con il continuo movimento,
certi altri antepongono il limite imposto alla propria iniziativa.
Esiste una tendenza tutta mia di provocare una reazione chimica tra questi diversi elementi, lavorando di formule matematiche durante una riflessione sul linguaggio,o trovando poetico il procedere delle parentesi in un'espressione algebrica.
Il viola di questa stanza infatti l'ho ricavato dal caso, facendo ruotare con una certa magia tentativi diversi, con aggiunte e fermate.
Poi a stenderlo sulle pareti, il mio sorriso ha seguito ancora una volta chi ci ha visto del cupo in queste sfumature. Sarà che io l'avrei voluto ancora più o-scuro.
Perchè in fondo quando si dichiara con grande fermezza che i colori solari sono i migliori per la propria anima, io mi dico ci risiamo.
Perchè in fondo, quello che mi è sempre piaciuto del sole, è l'ombra che fa.




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6 febbraio 2009

Le città e le parole

Camminando in questa città l'uomo comune si perde più volte,
per le strade ci sono insegne diverse ma la lingua cambia al passaggio e le lettere si invertono divenendo a volte simboli oscuri, altre solo incisioni, più spesso qualcosa che sembra proprio ciò che si vuole ascoltare.
Se ci si ferma all'entrata si chiede ad un passante quale sia il nome degli abitanti, ma anche lui si dice straniero in casa propria e molto spesso si trova a porre lo stesso interrogativo a chi poco prima aveva incrociato per caso.
L'uomo che pensa che questa sia una città desolante corre verso una terrazza, e la visione sembra magnifica, perchè è al di là, e ciò che è lontano attira uno sguardo ammirato.
Poi col passare di lunghi istanti, quell'uomo pensa che senza quel punto di osservazione quel mondo sarebbe fin troppo vicino, e comincia ad incamminarsi perchè in fondo la strada è lunga per allontanarsi ma è ben segnato il percorso. E il viaggio è sempre possibile.
Da qui si può partire insomma, i vicoli ciechi sono fermate e sospensioni, con una via d'uscita insita nel ricordo del percorso compiuto.

Volendo abitarvi per un pò l'uomo scopre che in questa città non esistono palazzi in cemento, i colori mimetizzano materiali conosciuti, eppure tutto è di carta, ed anche quelle finestre col vento si stropicciano un pò.
Capita che alcuni vogliano rivoluzionare la propria casa, e lo facciano con matite e parole. Anche a cancellare gli sbagli, molti usano gomme sotto le suole che al passaggio portano via le cose dette che non si volevano, gli inciampi ortografici, le sbavature fastidiose.
Ma a lungo andare l'uomo che decide di porre troppe correzioni si accorge che questo fare stanca il movimento del corpo, e soprattutto consuma le suole delle proprie scarpe.
I calzolai hanno una posizione di privilegio, qui sono maestri, uomini portatori del sapere e della storia.
Conservano sui loro scaffali quelle cancellature su suole rimaste attaccate col tempo trascorso.

Chi vuole imparare visita questa città, che si propone la rivoluzione giornaliera su carta stampata a parete e a pavimento, ma ricorda e può ripercorrere quegli errori senza riscriverli.
Io pure ci trascorro qualche vacanza, d'estate, a piedi scalzi e pronta a camminare su parole di altri, in punta di piedi, stando attenta a calpestare solo ciò che voglio rimanga impresso e vada via lentamente.
Come il tempo del sole sulla pelle.




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27 gennaio 2009

Guardie del corpo

A parlarti, è il suono della mia voce che da solo ritorna ad eco su me.
Provo energicamente a portarti delle prove, delle tracce, ma le evidenze di un falso passaggio non funzionano mai.
Eppure il tuo sguardo che sembra coincidere, è catturato, depresso, avvilito, pur nella compiaciuta aderenza al mondo che decidi di portare addosso come cappotto.
Perché sì, riscalda, ha un tepore di parole conosciute, sbrigative sentenze, ragioni senza dialettica.
Eppure lo so, senti una forte spinta a fuggire.
Proprio come me.
Ma io ho la valigia pronta nel mio armadio confuso, tu invece rimani imbrigliato in una libertà che ti viene garantita, perché ci dichiarano protetti dallo Stato, e ogni violenza non è che attacco ad un Ministero.
Allora provo ad urlare, perché le parole si confondano e perdano confini troppo piccoli a dire.
Ma neanche questo permette un ascolto.
Come immaginavo, quello che fa disordine va portato a veloce compimento, con una frase, un verbo, un’immagine, una dichiarazione davanti a microfono.
Ora tutto questo circola nelle nostre vene, nell’acqua che stiamo bevendo, nelle strette di mano che ci concediamo.
Circola così spesso e così velocemente, da dimenticarne il lato assurdo, da leggere quel solo lato di una pagina pronunciata, e voler rigettare tutto il resto.
Inciampo sulla paura che si pubblicizza, su una violenza che immeritatamente dicono essere solo nostra, nostra delle donne. Ma gli uomini che ho incontrato, quelli che ho letto, quelli che avrò come figli, piangono altrettante lacrime, stupidamente recise dal genere umano e messe a bandiera tagliente di una sola, falsa, parte di esso.
La bellezza poi, richiamano il complimento.
Ed è rigetto mio, nausea che mi accompagna per giorni e che è residuo di nuovi pasti che faccio.
Si va dritti al colpevole, e alla sua triste guardia del corpo.
Si risolve veloce, con un riso ignorante e un’offesa al pensiero prima che a nessun altro.
E pensare che proprio quelle donne, milioni e fin troppe, figlie e sorelle di altrettante che l’assurdo non sa ammirare, camminano con le braccia alzate, tese come croci, con un piede avanti l’altro.

Per stare in equilibrio, per fare le modelle.

Ma avete sbagliato fantasia, perché sul capo portano un libro.
E non ha funzione di contrappeso alla bella figura.
E’ parola che fa infiltrazione lungo la spina dorsale,
e ogni pagina porta il piede sempre più avanti.




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22 dicembre 2008

Meta

Poche righe possono bastare, me lo insegna un ascolto complicato e tortuoso.
Io sono una poco concisa, oggi taglio proprio sulle parole.
Ho quasi trentanni, tutto ciò che è del mondo è vita mia.
Precariato, insicurezza del futuro.
Un boomerang che si chiama fiducia.

Però ho delle metafore, e questo è quanto davvero nella mia vita non fallisce,
sorprende me di continuo,
mi trasforma, mi addormenta ed è un'infiltrazione notturna.

Tra me e me, è un trasporto continuo.
Ecco perchè amo il viaggio, e lo desidero su un treno.
Che è lento abbastanza, al di là della fretta che provano a mettergli.
Sta su rotaie e si incrocia, tesse una tela a maglie differenti.
Si ferma, ti lascia scendere, e c'è poco controllo.
Almeno il tempo di mentire a se stessi,
almeno questo voglio che rimanga onestamente mio.
Perchè a dirmi la verità basto a me stessa.




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30 ottobre 2008

errata corrige

La partecipazione attiva alla vita di un paese è cosa difficile. E impegnativa.
Ieri un ragazzo di dieci anni mi ha confermato proprio questo.
Mi ha detto che la stabilità è la cosa più complicata, che ci vuole un impegno molto grande.
E io sono d'accordo.
Ho anche pensato che la stabilità non è un valore tra i più importanti, ma rimanda credo a quanto e come vogliamo starcene in piedi in rapporto a qualcuno, se vogliamo avere le spalle dritte o ricurve, se pensiamo che lo sguardo faccia meglio a deviare per non incrociarsi mai e rimanere senza confronto. Se soprattutto il prendere parola sarà per dire o per fare.

Ammetto che la scorciatoia della fuga non mi abbandona mai. Le valigie hanno di rassicurante che se ne infischiano del tutto non trasportabile altrove, e offrono uno spazio limitato con cui avere a che fare.
Limitato e utile.

Il miglior punto di osservazione della pioggia battente, che cade su di noi in questi giorni, è la scuola. Luogo di conoscenza? Di apprendimento? Di crescita?
Le allusioni rimandano troppo spesso da un segno meno ad un'addizione di conseguenza.
Invcece io dichiaro a gran voce che si invischia là dove non lo accetteresti, il marcio del senso comune, dello scontato e del silenzio a dire e fare.
Si diventa miopi su chi arriva e si modella, cercando una forma comunemente riconosciuta, che abbiamo ogni giorno là fuori davanti, nella sua disfunzione, non solo estetica.
La scultura finale rimanda sempre ad un riconoscimento tra artista e pubblico, è pronta, sicura di trovare una stanza per essere esposta.
Lì, poi molti anni dopo, ci si chiederà che farsene, impolverata e squallida nel suo tempo perduto.

Il disordine di un ragazzo che interrompe il fluire di un fiume senza ricambio d'acqua, è la più importante rottura di diga che possa inondare le nostre giornate.




permalink | inviato da anellomancante il 30/10/2008 alle 14:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 ottobre 2008

Siamo in ritardo

Qualche settimana fa, una sostituzione a scuola.
Il bambino, ragazzo, ha forse dodici, forse tredici anni.
Alto un metro e ottanta con un aspetto che qui a Roma preferiamo etichettare con il suppellettile "armadio", per intederci.
Io non sono così d'accordo-penso. Ma forse perchè io uso un armadio per le bambole, e i vestiti li lascio sparsi.

Come spesso capita con ragazzi che diventano utenti, il corpo è da adulto, la testa dicono di no, e vorrebbero che lo fosse.
Metto da parte quaderni a quadretti e tabelle a doppia entrata.
Prima ci conosciamo, penso. E' il minimo, che è diventato molto spesso l'eccezione.

Dai, raccontami, come passi il tuo tempo qui a scuola.
Lui mi mostra una pista di macchinine che in poco tempo si andranno a posizionare in un parcheggio, per dare inizio a calcoli matematici dentro una storia di concessionarie, e sottrazioni in mezzo ad una fila al semaforo.

Ad un certo punto lui mi interrompe, devia con una sterzata il nostro percorso fatto di numeri e ruote, e mi dice: "Lo sai che io sto a dieta?".
Bene-gli faccio, e penso che sia pertinente, utile, anzi diciamo necessario vista la mole.
E dimmi, raccontami questa dieta, anzi dammi qualche consiglio, che una dieta non se la fa mancare mai nessuno.
Silenzio.
Allora, dai, dimmi. Com'è questa dieta?
Silenzio ancora.
Il ragazzo ci pensa. Poi dall'alto della sua saggezza e dal basso del posto tra gli stupidi che gli hanno assegnato mi risponde.
-Mangio di nascosto-

Ecco. Mai giornata lavorativa recente fu più esaltante.
Siamo d'accordo gli dico, mi sembra un'ottima strategia!

E continuano a ripetermi che uno così è ritardato..





permalink | inviato da anellomancante il 6/10/2008 alle 17:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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